Cos'è L'Osservatore Autistico
Sono stato diagnosticato autistico dopo i quarant'anni.
Prima di allora ero solo uno che riusciva bene in quello che faceva e male con le persone. Le due cose sembravano scollegate: quello che vedevo era che ci arrivavo, e che questo non mi serviva a niente. Ogni cosa in cui ero bravo veniva con un conto sociale che pagavo senza capire perché.
Vedevo i pattern. Sempre. In qualunque cosa — dentro un sistema, dentro un discorso, dentro quello che uno dice e quello che poi fa. Non sapevo che si chiamasse così, e non sapevo che non lo facessero tutti: era semplicemente come guardavo le cose. Adesso ha un nome.
E vederli mi distruggeva. Perché le contraddizioni le vedevo tutte — quelle logiche e quelle sociali, che sono le peggiori — e non c'era modo di non vederle. Vivere in mezzo a persone che dicono una cosa e ne fanno un'altra, e che si aspettano che tu faccia finta di niente, è una cosa che consuma.
Io non riuscivo a fare finta. Non è che non volessi: fingere di non vedere una contraddizione, per me, vuol dire smettere di essere quello che sono. Un autistico non ci riesce, e chi ci riesce lo paga in un altro modo.
E la contraddizione, quando la vedi, la dici. Non per polemica: perché è l'unico passaggio logico che esista. Se la vedi e non la dici, stai partecipando. Tacere davanti a una contraddizione è già una forma di menzogna — e a un autistico questo passaggio non riesce, perché non c'è niente nella sua testa che lo giustifichi.
Il che non vuol dire che l'ho sempre detta. Ho passato la vita a oscillare: dire le cose come stanno, o mordermi la lingua. E mordermi la lingua costava — ogni volta, un po' di più, senza che il conto si azzerasse mai. Finché non esplodevo. E allora le cose come stanno le dicevo lo stesso, ma nel modo peggiore e nel momento peggiore. Il risultato era sempre quello: avevo ragione, e mi ero dato la zappa sui piedi.
Ho passato quarant'anni a dire ad alta voce quello che tutti vedevano e nessuno nominava, e a chiedermi perché mi trovassi sempre da solo. Avevo ragione, e non mi è servito a niente. Anzi: proprio quello non me lo perdonavano.
Nessuno mi aveva mai spiegato niente. La diagnosi non ha cambiato quello che sono: ha cambiato quello che riuscivo a vedere.

È come ricevere alla nascita il manuale di istruzioni di un altro elettrodomestico. Per quarant'anni ho seguito quelle istruzioni chiedendomi perché non funzionassero. Il manuale giusto non esiste: te lo devi scrivere.
Quello che succede dopo una diagnosi tardiva è che leggi. Leggi la letteratura, leggi le linee guida, leggi quello che le istituzioni dichiarano di fare. E poi alzi gli occhi e guardi il mondo.
Tra le due cose c'è una distanza.
Questo blog nasce lì. Non è un punto di partenza: è un punto di arrivo — quello in cui ti accorgi che quella distanza non la vede nessuno, perché per vederla bisogna stare da questa parte.
L'Osservatore Autistico è una lente.

Non è un blog sull'autismo: è un blog autistico. Qui si guarda quello che capita — la scuola, le città, la politica, quello che si dice in televisione — da un punto di vista che non è quello di tutti. Non perché sia migliore. Perché è diverso, e quello che si vede da qui non lo vede nessun altro.
E si legge, qui. Non ci sono video, non ci sono foto, non c'è la mia faccia. Non è una posa.
Su un video quello che dici passa attraverso una faccia, un tono di voce, un modo di stare. Chi guarda giudica quelli prima ancora di sentire cosa hai detto — è così che funziona, ed è una cosa che noi autistici paghiamo da sempre. Scritto, no. Un testo lascia solo il testo: chi lo legge non ha altro da giudicare che quello che c'è scritto. Il messaggero sparisce e resta il messaggio.
È una cosa per cui siamo tarati meglio. E non è un caso che sia la forma di un libro.
Per la stessa ragione questo blog non vive su una piattaforma di qualcun altro. Federa sul fediverso: chi vuole seguirlo lo segue da Mastodon o da dove gli pare, e quello che scrivo arriva a chi ha deciso di riceverlo — non a chi lo ha scelto un algoritmo. La differenza non è tecnica, è politica. Su una piattaforma centralizzata quello che scrivi finisce in un calderone: non è più tuo, e non decidi tu chi lo legge. Qui chi legge ha fatto una scelta, non ha subito una decisione presa da un altro.
Il metodo è uno solo: si prende quello che viene dichiarato e lo si mette accanto a quello che risulta dai documenti. Poi si guarda la distanza. Non attribuisco intenzioni a nessuno — indico fatti.
Chi scrive
Pepito Sbazzeguti è uno pseudonimo. Chi conosce Guareschi sa da dove viene.
Sono AuDHD — autistico e ADHD insieme — con diagnosi in età adulta. Sono padre di una figlia con la medesima diagnosi.
Scrivo sotto pseudonimo perché quello che pubblico qui riguarda persone e istituzioni che hanno strutture dietro, e io ho una famiglia. Non è un mistero da risolvere: è una precauzione. Quello che conta non è chi sono all'anagrafe — sono i fatti che porto, e quelli sono verificabili da chiunque.

Cosa non è
Non è un'associazione. Non rappresento nessuno se non me stesso. Non faccio divulgazione e non spiego l'autismo a nessuno: di gente che spiega l'autismo agli autistici ce n'è già abbastanza.
Mi aggiungo, con il mio taglio, a chi in Italia fa self-advocacy autistica già da tempo. Non al posto loro: accanto.
Neuropeculiar, Aspergeronline, Fabrizio Acanfora. Ci sono, fanno un lavoro che io non faccio, e questo blog esiste perché loro hanno aperto lo spazio in cui esiste.
Quello che ci accomuna è l'insofferenza per il modo in cui in Italia si parla di noi. Perché è quasi sempre uno solo: la retorica dell'angelo, del ragazzo speciale, del dono. Buone intenzioni, tutte quante. E un unico effetto: che da te non ci si aspetti più niente. Sotto le buone intenzioni opera la stessa premessa che sotto le cattive — che tu non sia un adulto, e che le decisioni che ti riguardano le prenda qualcun altro.
Ha un nome: benevolent ableism. E produce danno esattamente come l'ostilità dichiarata, con il vantaggio di non doverne mai rispondere.