Fediverse

Alfred Kinsey

Alfred Kinsey

Ci sono al mondo tante teste di minchia. Teste di minchia convinte di poter svuotare un mare con il secchiello, spostare deserti con la pala o affidare la NASA a Musk per arrivare su Marte. Ma il più testa di minchia di tutti, signori e signore, è il protagonista di questo post, che tentò nientemeno che di alzare il velo di ignoranza ed ipocrisia sul sesso utilizzando la scienza. Il professor Alfred Kinsey.

Alfred Kinsey era autistico. Sì, mi espongo, volutamente. Chi è nello spettro ritroverà sicuramente i tipici marker autistici leggendo la sua storia, qui o altrove. Ma non sono da solo, infatti nel 1999 l'illustre professor Michael Fitzgerald, cattedra di psichiatria infantile al Trinity College di Dublino, scrive una lettera al direttore del Journal of Autism and Developmental Disorders. La tesi è che Kinsey soddisfi i criteri per la sindrome di Asperger (oggi non si dovrebbe dire così) per compromissione qualitativa dell'interazione sociale e mancato sviluppo di relazioni tra pari adeguate all'età.


Alfred Charles Kinsey nasce a Hoboken, New Jersey, il 23 giugno 1894, primo di tre figli. Il padre insegna allo Stevens Institute of Technology ed è uno dei membri più devoti della chiesa metodista locale: impone regole rigide in casa, a partire dalla domenica riservata alla preghiera e a poco altro. La famiglia è povera e spesso non può permettersi cure mediche: da bambino Kinsey attraversa rachitismo, febbre reumatica e tifo senza trattamento adeguato, e il rachitismo gli lascia una curvatura della colonna. Trova nella natura la sua via di fuga — diventa Eagle Scout nel 1913, tra i primi in assoluto — e si iscrive all'università dove vuole il padre, ingegneria allo Stevens. Nel giugno 1914 si ritira, taglia ogni rapporto con il padre e passa al Bowdoin College a studiare biologia; alla sua laurea, nel 1916, non si presenta nessuno della famiglia. Prosegue al Bussey Institute di Harvard sotto William Morton Wheeler, lavorando in autonomia quasi totale, e scrive la tesi sulle vespe della galla. Dottorato nel 1919, cattedra all'Indiana University nel 1920, matrimonio con Clara McMillen nel 1921. Poi vent'anni di vespe, un manuale di biologia per le superiori e due monografie che lo rendono il massimo esperto mondiale di cinipidi. Nel 1938, a quarantaquattro anni, si mette a tenere un corso sul matrimonio.

E perché mai un biologo che colleziona cinipidi come fossero Pokemon dovrebbe parlare di matrimonio dal punto di vista biologico, cioè parlare di sessualità? Ovviamente non perché lui si fosse sentito il paladino dei castrati sessuali, ma perché gli fu chiesto.

Il corso sul matrimonio non è un'iniziativa di Kinsey. Nel maggio del 1938 l'Association of Women Students dell'Indiana University presenta al nuovo rettore Herman B Wells una petizione perché l'ateneo istituisca un corso sul matrimonio; il 9 giugno Wells la porta al Board of Trustees, che approva l'organizzazione del corso sotto la presidenza di Kinsey. Nell'autunno dello stesso anno Marriage and Family entra nell'anno accademico regolare come corso senza crediti di sedici settimane, riservato agli studenti degli ultimi anni e a quelli sposati. Non era nemmeno un'anomalia americana: quando l'Indiana arriva a istituire il suo, circa 250 college e università statunitensi ospitano già corsi del genere. L'Indiana arrivava tardi, non avanti.

Il corso è collettivo: a Kinsey viene chiesto di svilupparlo insieme ad altri docenti, ciascuno per la propria prospettiva — giuridica, sociologica, economica, psicologica, religiosa. Lui è la voce biologica, e tiene le lezioni sulla biologia della stimolazione sessuale, sulla meccanica del rapporto e sulla contraccezione. Materia incandescente, perché in quegli anni negli Stati Uniti il matrimonio interrazziale, l'adulterio, le relazioni tra persone dello stesso sesso, il sesso orale, i rapporti fuori dal matrimonio e l'uso di contraccettivi sono ancora reato in molti stati, puniti con multe, trattamento psichiatrico coatto o carcere. Spiegare la contraccezione a degli universitari significava toccare, letteralmente, materia penale.

Ed è preparando quelle lezioni che scatta la molla. Messo a rispondere a domande sulla sessualità umana, Kinsey scopre che la letteratura scientifica su cui fondare le risposte non esiste: quel poco che c'è è aneddotico, moralistico o entrambe le cose. La sua reazione non è una conversione, è un riflesso professionale — il tassonomista che, davanti a una domanda senza dati, va a raccogliere gli esemplari. Nello stesso 1938 comincia a raccogliere le storie sessuali dei suoi studenti: le prime delle oltre diciottomila che lui e i suoi collaboratori raccoglieranno.

Ciò che rende davvero geniale il professor Kinsey è il sistema da lui partorito per anonimizzare il questionario e trovare risposte incoerenti che suggerivano menzogna. Per convincere le persone a consegnargli i propri segreti, Kinsey promise riservatezza totale, e per mantenerla ingaggiò un crittografo: serviva un codice con cui registrare le risposte di ogni intervista preservando insieme l'anonimato del soggetto e la segretezza di ciò che diceva. Quel codice era noto soltanto a Kinsey e ai suoi assistenti, e non fu mai messo per iscritto. Non esisteva una chiave da rubare, da sequestrare o da consegnare a un tribunale: esisteva solo dentro le teste di quattro uomini. Vale la pena fermarsi un secondo su cosa significhi: in un paese in cui buona parte di ciò di cui si stava parlando era reato, l'unico modo per ottenere risposte vere era rendere tecnicamente impossibile tradire chi le dava. La riservatezza non era un gesto etico aggiunto alla ricerca, era una condizione di validità del dato.

Lo stesso vale per l'intervista, che i collaboratori dovevano imparare a memoria per intero, in tutte le sue diramazioni possibili — poco più di trecento domande nella versione base, che Paul Gebhard descrisse come un esame finale perpetuo. Le risposte venivano annotate, ma su un foglio che non somigliava a nessun questionario: una griglia di rettangoli, in cui il significato di ogni simbolo dipendeva dalla casella in cui veniva scritto. È lo stesso identico sistema di annotazione posizionale che Kinsey aveva messo a punto vent'anni prima per le galle, trapiantato di peso sulle storie umane: un'intera vita sessuale stava su una pagina sola. Il vantaggio non era solo la segretezza — era la velocità. Segnare un simbolo in una posizione prestabilita gli consentiva di registrare quantità enormi di dati senza interrompere la conversazione e senza staccare gli occhi dall'interlocutore. Nessuna pausa in cui il pudore potesse riorganizzarsi, nessun momento in cui l'intervistato vedesse la propria risposta prendere la forma di una parola scritta. E soprattutto una regola di formulazione che è, da sola, un piccolo capolavoro di ingegneria sociale: non si chiedeva mai «l'hai mai fatto?», si chiedeva «quanti anni avevi la prima volta?». Assumere che il soggetto avesse fatto tutto sposta l'onere sulla negazione: chi non aveva fatto quella cosa doveva prendersi la briga di dirlo, invece di limitarsi a tacere. Gebhard notò che la cosa sorprendeva le persone e insieme le rassicurava — perché toglieva di mezzo il giudizio prima ancora che potesse formarsi.

Poi c'è la parte che nessuno si aspetta da un lavoro del 1948: Kinsey non si fidava delle risposte, e costruì cinque sistemi indipendenti per beccare chi mentiva. Reinterviste a distanza di tempo per verificare se la storia reggeva; interviste separate ai due coniugi da confrontare tra loro; confronto tra i racconti di partner sessuali diversi; confronto tra i risultati ottenuti da un intervistatore e quelli di un altro; e domande di controllo nascoste dentro l'intervista stessa, piazzate lontano l'una dall'altra, in modo che l'incoerenza saltasse fuori senza che il soggetto sapesse di essere verificato. È la struttura del vecchio tassonomista riportata pari pari: la variazione non si prende per buona, si controlla contro se stessa.

E il risultato di quei controlli Kinsey lo pubblicò invece di nasconderlo. Ne uscì un gradiente di affidabilità: i dati di incidenza — quante persone hanno fatto una certa cosa almeno una volta — risultavano molto accurati; poi venivano i dati anagrafici; poi, meno affidabili, le frequenze, cioè quante volte; e per ultima, la più fragile di tutte, l'età della prima conoscenza del sesso. Dichiarare per iscritto quali dei propri numeri sono deboli è esattamente ciò che i falsari non fanno. E infatti quando, anni dopo, il comitato di statistici dell'American Statistical Association passò al setaccio il volume del 1948, riservò le bordate al campionamento — ma sui controlli di attendibilità scrisse che erano buoni, e che nessuno aveva proposto un metodo alternativo dimostrandone la superiorità.

Non posso non pensare che, in quanto autistico, una volta che ha avuto i dati a disposizione, non abbia potuto fare a meno di trarre le logiche conclusioni, leggendoli con una lente molto particolare, senza filtri sociali, religiosi e bias mentali, permettetemi il termine, neurotipici. Un estratto (con fonti) di puro Kinsey 100%.

Ipse dixit

I maschi non costituiscono due popolazioni distinte, eterosessuale e omosessuale. Il mondo non va diviso in pecore e capre. Non tutte le cose sono nere né tutte le cose sono bianche. È un fondamento della tassonomia che la natura raramente abbia a che fare con categorie discrete. Solo la mente umana inventa categorie e cerca di costringere i fatti dentro caselle separate. Il mondo vivente è un continuum in ognuno dei suoi aspetti.

Sexual Behavior in the Human Male, 1948, cap. 21

Si dice comunemente che il diritto penale sia fatto per proteggere la proprietà e per proteggere le persone; ma se l'unico interesse della società nel controllare il comportamento sessuale fosse quello di proteggere le persone, i codici penali su percosse e aggressione fornirebbero già una tutela adeguata. Il fatto che esista un corpo di leggi sul sesso separato dalle leggi che proteggono le persone è la prova della loro funzione distinta: proteggere il costume.

Sexual Behavior in the Human Male, 1948

La storia della medicina dimostra che nella misura in cui l'uomo cerca di conoscere se stesso e di guardare in faccia la propria natura per intero, si è liberato dalla paura confusa, dalla vergogna avvilita e dall'ipocrisia sfacciata. Finché il sesso sarà trattato nell'attuale confusione di ignoranza e sofisticazione, negazione e indulgenza, repressione e stimolazione, punizione e sfruttamento, segretezza ed esibizione, resterà associato alla doppiezza.

Sexual Behavior in the Human Male, 1948, cap. 21

Sul diritto dello scienziato di indagare quasi ogni aspetto dell'universo materiale, quasi tutti sono d'accordo; ma c'è chi ha messo in dubbio l'applicabilità del metodo scientifico a un'indagine sul comportamento sessuale umano. È come se al dietologo e al biochimico fosse negato il diritto di analizzare gli alimenti e i processi della nutrizione, perché cucinare e servire il cibo può essere considerata un'arte, e perché mangiare certi cibi è stato ritenuto materia di regolamentazione religiosa.

Sexual Behavior in the Human Female, 1953, p. 8

C'è la tendenza a considerare qualunque cosa, nel comportamento umano, sia inusuale, poco nota o poco compresa, come nevrotica, psicopatica, immatura, perversa, o l'espressione di qualche altro genere di disturbo psicologico.

Sexual Behavior in the Human Female, 1953, p. 195 (ed. Indiana University Press 1998)

Incoraggerebbe un pensiero più chiaro su queste materie se le persone non venissero definite eterosessuali od omosessuali, ma come individui che hanno avuto una certa quantità di esperienza eterosessuale e una certa quantità di esperienza omosessuale.

Sexual Behavior in the Human Male, 1948

Quello che segue sta in diciotto anni. Nel 1938 comincia a raccogliere le storie sessuali dei suoi studenti; nel 1940 il rettore gli fa scegliere tra il corso e la ricerca, e lui lascia il corso; nel 1941 il Committee for Research in Problems of Sex del National Research Council gli concede il primo finanziamento, milleseicento dollari. Poi arrivano gli uomini che gli faranno da intervistatori — Clyde Martin nel 1941, Wardell Pomeroy nel 1943, Paul Gebhard nel 1946 — e nel 1947 nasce l'Institute for Sex Research, ente autonomo creato per una ragione sola: tenere al sicuro le storie di chi si era fidato. Nel 1948 esce Sexual Behavior in the Human Male, duecentomila copie in pochi mesi e traduzioni in otto lingue; nel 1953 esce il volume sulle donne. Quello stesso anno un comitato del Congresso si mette a indagare sulle fondazioni americane e Kinsey finisce nel mirino; nel gennaio del 1954 la Fondazione Rockefeller chiude i rubinetti. Passa gli ultimi due anni e mezzo a cercare soldi che non troverà. Muore il 25 agosto 1956, a sessantadue anni. Il resto della storia — cosa successe a quei due libri — è successo senza di lui.


Ma mentre lui cercava soldi che non arrivavano, quello che aveva messo in giro stava già lavorando per conto suo. Nel 1955 l'American Law Institute pubblica il suo Model Penal Code raccomandando di depenalizzare i rapporti tra adulti consenzienti: il suo biografo Jonathan Gathorne-Hardy lo definisce praticamente un documento Kinsey, citato sei volte in dodici pagine. Nello stesso anno Kinsey siede davanti alla Illinois Commission on Sex Offenders, che riferisce al legislatore che le sue conclusioni permeano ormai tutto il pensiero sulla materia. In ottobre è a Londra a incontrare il Wolfenden Committee, che tre anni dopo raccomanderà al Parlamento britannico la stessa cosa. Muore dieci mesi più tardi, e da lì in avanti tutto quello che succede, succede senza di lui: nel 1961 l'Illinois diventa il primo stato americano ad abrogare la propria legge sulla sodomia, e la norma entra in vigore il primo gennaio 1962. Nel 1973 l'American Psychiatric Association toglie l'omosessualità dal manuale diagnostico — e gli storici della psichiatria annotano che, sotto l'urto dei suoi due volumi, la professione aveva già cominciato per conto proprio a rivedere la classificazione. Nel 2003 la Corte Suprema chiude il cerchio con Lawrence contro Texas, cancellando le leggi sulla sodomia in tutti gli stati che ancora le avevano.

Nessuno di quei passaggi porta il suo nome. Li ha fatti altra gente, in anni in cui lui era già una figura da citare con imbarazzo, quando non un cognome da usare come insulto. È la struttura che si ripete: il contributo entra nel mondo e ci resta, l'uomo che l'ha prodotto viene consumato e messo da parte. Il conto lo paga chi guarda dove non si deve guardare; il vantaggio lo incassano tutti gli altri, compresi quelli che hanno tenuto la torcia. Singolare che Kinsey fosse autistico. O forse non è per nulla un caso.

Ciò che credo sia una testimonianza del suo autismo, a parte i classici marker, è l'ostinazione, la determinazione con cui vuole dimostrare che sono i dati a dover guidare le valutazioni. E che il rigore scientifico e logico dovrebbero avere piena cittadinanza in politica e nelle scelte che essa determina. Se oggi potete parlare liberamente di sessualità e viverla senza che sia un crimine, lo dovete anche al professor Alfred Kinsey, autistico.