The one you love to hate
You're just a vulture in my veins
Your nails won't crucify me
Got money, but you can't see
Your only future is your past
Rob Halford
Vi è mai capitato di leggere una notizia e subito dopo un commento alla stessa che vi ha fatto ribollire il sangue nelle vene? A me succede più spesso di quanto vorrei, e sono mentalmente incapace di lasciar perdere. Anche questa è una situazione ricorrente nella mia vita di autistico. Troppe volte mi sono state dette parole come "lascia perdere", "non ti abbassare al loro livello" o ancora "non ne vale la pena". Oggi posso dire convintamente che questo è puro pensiero conformista. Per citare Anne Frank: "la verità è tanto più difficile da sentire, quanto più a lungo la si è taciuta". Non bisogna mai, e sottolineo mai, lasciar stare quando si deve dire la verità. Questo è uno dei tratti autistici di cui oggi vado più orgoglioso: l'incapacità di tacere di fronte a ingiustizie, mistificazioni o interpretazioni faziose.
È più di un anno che covo questo post: l'ho immaginato, verificato, sottoposto ad ogni genere di falsificazione per assicurarmi di non dimenticarne nessuna sfumatura, perchè tocca così da vicino il problema della narrazione neurotipica da farmi terrore. Le narrazioni qualunquiste, che spostano il problema dal piano strutturale a quello individuale, sono le più pericolose che si possano incontrare. Minimizzano le differenze, tolgono dal contesto i fatti accertati e si trasformano nella narrazione di un nemico su cui riversare le frustrazioni ed i preconcetti.
Piccoli neurodivergenti in fuga: la storia
Giovedì 12 giugno 2025, Saronno, provincia di Varese. Un bambino di sette anni, durante una cena di famiglia in giardino, scende in taverna a giocare. Nel pomeriggio aveva chiesto di andare a mangiare un gelato a Milano e sua madre gli aveva detto di no. Esce di casa intorno alle 20.30. Si toglie l'orologio con il GPS incorporato, apre il cancello da solo, percorre un chilometro a piedi fino alla stazione e sale sul treno delle 20.40 per Milano Cadorna. Durante il viaggio si siede accanto a una signora anziana fingendo di essere con lei. Destinazione: la gelateria di Cadorna dove la famiglia si ferma quando la sorella maggiore suona al Teatro Dal Verme, a due passi dalla stazione.
Lo ferma la Polfer verso le 21.50, un'ora e mezza dopo l'uscita di casa, mentre i genitori lo cercavano nei dintorni con amici e vicini. Gli agenti diramano una foto per il riconoscimento e, per tranquillizzarlo, gli dicono che la mamma sarebbe arrivata portandogli una torta. La prima frase che il bambino le rivolge è: «Mamma, scusami, ma dov'è la torta?». Il gelato non lo ha mangiato. Da quella sera non ne ha più mangiato uno.
La madre è Lisalberta Castaldi, 42 anni, insegnante in una scuola primaria di Saronno. Nei giorni successivi parla ai giornali e descrive il figlio come iperattivo e cognitivamente plusdotato, tecnicamente «ADHD oppositivo»: bambini che apprendono prima molte cose, altre più lentamente, e che spesso non hanno un buon comportamento. Sulla fuga dice: «Paura? Non per lui, sapevo che sarebbe stato capace di gestirsi. Avevo paura di chi avrebbe incontrato». Sulla vita quotidiana usa l'immagine di una maternità che non consente di viaggiare in autostrada, che obbliga a percorrere strade di campagna e, dove le strade non ci sono, a costruirle. Sul futuro: «ho di fronte anni molto molto impegnativi». La misura presa dopo la fuga è togliere l'elettricità al cancello automatico.
C'è poi il passaggio sulla diagnosi. La madre lo definisce «un punto dolente» e chiama in causa l'aspetto istituzionale: la neuropsichiatria infantile pubblica non è adeguata, hanno incontrato medici che applicavano un metodo non adatto, e per questo si sono rivolti a professionisti privati che osservano il bambino nei diversi momenti della giornata invece di somministrargli un test in ambulatorio. La frase con cui chiude quel passaggio è: «purtroppo si tratta di costi a carico della famiglia».
Il 20 giugno, mentre la vicenda circolava sui giornali, Castaldi scrive in prima persona su Mamme Magazine. Racconta che mentre i primi articoli inneggiavano alla brillantezza di pensiero di suo figlio, lei si sentiva «manchevole, usurpatrice e accerchiata». E riporta le parole di un'amica: «Lisa, ma che paura hai? A te hanno praticamente detto subito che è benigno e ti ipotizzano pure la tanto agognata plusdotazione… mio figlio invece è autistico, quindi la sua è una neurodivergenza maligna!». Da lì la sua osservazione: ha scoperto che il mondo considera la neurodivergenza come un tumore, che può presentarsi in forma benigna o maligna. E aggiunge che nei bambini neurodivergenti con cui ha lavorato come insegnante non ha mai colto nulla di maligno da estirpare o rimuovere.
Il fatto e la testimonianza della mamma, da soli, sarebbero sufficienti per suggerire che, forse, la neurodivergenza andrebbe trattata con rispetto. Ma no, doveva arrivare il fenomeno a urlare "TUTTE BALLE". Il fenomeno in questione ha un nome ed un cognome, ed anche un palco da cui raccontare teorie ed opinioni ai limiti del delirio da bar al quindicesimo grappino.
L'Avvelenata: la truffa che non esiste
Pochi giorni dopo mi imbatto (grazie al feed di Google News) in questo articolo de Linkiesta a firma Guia Soncini: "Il mercato dei geni immaginari — Il trionfo dei genitori mitomani nel secolo della deresponsabilizzazione", 23 giugno 2025.
Spero seguiate il link e leggiate l'illustre analisi dell'Avvelenata, opinionista di professione, che nulla sa ma tutto giudica, profilo professionale diffusissimo nella nostra cultura giornalistica. Tenterò di riassumere i punti principali cristallizzati in quello che sembra apparire, nostro malgrado, come la perfetta fotografia della narrazione neurotipica: la negazione di una condizione documentata.
Sommario: «la truffa su larga scala delle neurodivergenze rischia di prendere una piega preoccupante anche perché alimentata dalla vanità delle famiglie». La profezia: «le neurodivergenze saranno per i prossimi anni quel che la transessualità è stata per quelli recenti». Lo sviluppo: «come truffa su larga scala può andare molto più in là del mercato della transizione di genere, che è stato arginato da qualche genitore non proprio contentissimo; qui non c'è argine, perché il mercato dei geni immaginari e dei neurodiversi immaginari fa conto sulla vanità genitoriale». Il meccanismo: «suo figlio non è disordinato, pigro, poco propenso all'igiene personale, e tutte le altre cose che i bambini sono se qualcuno non impone loro una disciplina, signora: ha il disturbo dell'attenzione. E poi è oppositivo: non cafone, per carità, mica è carattere, è neurodivergenza». La tesi generale: «è il secolo dell'abolizione della responsabilità personale».
E poi è un'escalation di veleno puro, contro un bersaglio costruito a tavolino per fare più click, ovvero la stessa accusa che lei rivolge al Corriere, reo di aver concesso la parola ad una madre di un bambino neurodivergente: i professionisti che diagnosticano equiparati nientemeno che a Wanna Marchi, le famiglie con «genitori mitomani», la diagnosi comprata con un «comodo bonifico» come si farebbe con le lauree di certe università. E come se i circa 500 euro di media necessari per ottenere la diagnosi fossero comodi e pratici per tutte le famiglie.
E dulcis in fundo, una bella vomitata di veleno anche verso un bambino di sette anni con il linguaggio tipico del boomer che vuole sembrare giovane e simpatico: «il settenne ha fatto la domanda imbecille che farebbe qualunque settenne col cervello da settenne». Forse nemmeno Donald Trump era riuscito a offendere tante categorie di persone in un solo discorso. Ma qui, come detto, siamo al cospetto di una professionista.
Guia Soncini, nata a Bologna nel 1972, editorialista e scrittrice. Scrive per Linkiesta, in passato per la Repubblica, Gioia, Elle Italia, Il Foglio. Saggi: L'era della suscettibilità (2021), L'economia del sé (2022), Questi sono i 50 (2023). Come potete notare dal curriculum, una vera autorità in materia di neurodivergenza.
Linkiesta nasce nel 2010 con un'idea precisa e dichiarata: introdurre in Italia una nuova forma di giornalismo, l'inchiesta finanziata direttamente dai lettori. Una public company con circa ottanta azionisti, che avevano messo tra i dieci e i cinquantamila euro a testa. Il modello era quello del giornale che non dipende da un editore-padrone perché lo pagano quelli che lo leggono, e che con quei soldi fa la cosa più cara e meno redditizia del mestiere: verificare.
Negli anni successivi la società si è trasformata in una casa editrice più classica: sito, magazine, libri cartacei e digitali, eventi live, branded content e produzione di contenuti editoriali per terzi.
I conti raccontano il resto. Tra il 2011 e il 2023 le perdite accumulate ammontano a 6,85 milioni di euro. Il 2024 si chiude con 2,3 milioni di ricavi, 1,77 milioni di perdite e 3,1 milioni di debiti, di cui 1,5 tributari e quasi un milione verso Inpgi e Inps. Nei primi dieci mesi del 2025 si aggiungono altri 1,14 milioni di perdite, a fronte di un valore della produzione di 639 mila euro. Nel luglio 2025 gli azionisti costituiscono una nuova società, Linkiesta Media, fondata dai membri del consiglio di amministrazione di Editoriale Linkiesta, alla quale vengono cedute in affitto tutte le attività editoriali. In dicembre il Tribunale di Milano ammette Editoriale Linkiesta.it alla procedura di concordato preventivo in continuità aziendale, numero 1072/2025, con termine al 7 gennaio 2026 per presentare il piano di ristrutturazione.
La redazione conta otto dipendenti: cinque giornalisti, direttore incluso, e tre grafici, più due collaboratori.
Un giornale nato per pagare le inchieste coi soldi dei lettori e arrivato qui non produce più inchieste. Produce commento. Il commento ha il vantaggio di costare quasi niente: non richiede tempo di verifica, non richiede fonti da incrociare, non richiede di uscire dalla redazione. Richiede una firma riconoscibile e un tema su cui la gente abbia già un'opinione pronta ad accendersi. È l'unico prodotto che una redazione di cinque persone può sfornare in volume, ogni giorno, senza fermarsi mai.
L'antidoto: una veloce verifica
La nostra Avvelenata, purtroppo per i lettori, si lancia in una serie di affermazioni completamente falsificabili e prive di riscontri fattuali.
La «truffa su larga scala»: non un numero sui tassi diagnostici italiani, non uno studio, non un'intervista a un clinico. Solo aneddoti — i gruppi Facebook delle mamme, sua madre, i Simpamici — e zero fonti. Peccato che la letteratura descriva il problema opposto. In Italia la prevalenza stimata è di 1 bambino su 77 nella fascia 7-9 anni, sotto la media europea di 12,2 per mille, e le indicazioni cliniche più recenti raccomandano maggiore sensibilità verso le forme meno evidenti — femmine e alto funzionamento — proprio dove il rischio di sottodiagnosi e diagnosi tardiva è più alto. Sull'età adulta il quadro è ancora più netto: Roberto Keller (sempre sia lodato), responsabile del Centro regionale autismo adulti del Piemonte, descrive un sistema in cui i servizi si interrompono al compimento dei diciotto anni e molti adulti finiscono fuori dai radar, mentre cresce la quota di chi riceve una diagnosi solo da grande. Chi ci arriva ha alle spalle anni di diagnosi sbagliate — ansia, depressione, disturbo bipolare, disturbo borderline di personalità — e un senso persistente di non appartenenza, con lo sforzo cronico di mascherarsi che produce esaurimento, ansia e burnout. Soncini descrive un'epidemia di diagnosi facili mentre il fenomeno maggioritario documentato è gente che aspetta quarant'anni.
Per non farci mancare niente, abbiamo anche l'accostamento al principio futuro-nazionalista del «ai miei tempi» mischiato con l'ostilità verso la transessualità. Ancora una volta l'Avvelenata si è scavata la fossa (metaforicamente, s'intende) da sola: Soncini mette le due condizioni una accanto all'altra come due mode consecutive. La letteratura le mette una DENTRO l'altra.
Anche concedendo per un momento che il paragone abbia un senso, resta da spiegare su quale asse le due cose sarebbero comparabili. Perché non appena si prova a metterle una accanto all'altra, non combacia niente.
Una diagnosi di autismo o di ADHD non produce alcun intervento sul corpo di nessuno. Produce, quando va bene, un piano educativo individualizzato, un insegnante di sostegno, delle tutele scolastiche e lavorative. È un documento che serve ad accedere a qualcosa, e il dibattito che la riguarda è un dibattito su chi ci accede e chi resta fuori. Il dibattito sulla disforia di genere in età evolutiva riguarda invece, prima o poi, decisioni di natura medica, con protocolli, soglie d'età e controversie cliniche che non hanno alcun equivalente dall'altra parte. Sono due discussioni che non condividono né la posta in gioco né il tipo di rischio.
Non combaciano nemmeno i numeri, e qui basta guardarli. In Italia la prevalenza dei disturbi dello spettro autistico è stimata dall'Istituto Superiore di Sanità in un bambino su settantasette nella fascia sette-nove anni, e nei centri censiti dall'Osservatorio Nazionale Autismo risultano quasi settantanovemila persone con diagnosi. La disforia di genere in età evolutiva si muove su ordini di grandezza incomparabilmente inferiori. Mettere le due cose sullo stesso piano non è una semplificazione: è un errore di scala che chiunque avesse aperto una fonte avrebbe evitato.
E poi c'è il punto che manda tutto all'aria. Il paragone presuppone che si tratti di due fenomeni distinti e consecutivi — prima una moda, poi l'altra. Ma le due popolazioni si sovrappongono, e in modo massiccio. Uno studio dell'Autism Research Centre di Cambridge condotto su oltre seicentoquarantamila persone ha rilevato che chi è transgender o gender-diverse ha da tre a sei volte più probabilità di avere una diagnosi di autismo rispetto a chi è cisgender. Una meta-analisi pubblicata sul Journal of Autism and Developmental Disorders stima all'undici per cento la prevalenza di autismo tra le persone con disforia o incongruenza di genere. Uno studio svedese del 2025 arriva a un rischio relativo di 7,8. Il dato è replicato in più paesi, con strumenti diversi, su campioni indipendenti.
Il che vuol dire che chi accosta le due cose per suggerire un contagio culturale sta descrivendo, senza saperlo, la stessa gente. Non due bolle in fila: una popolazione dentro l'altra. E una moda non produce una correlazione replicata su cinque dataset indipendenti in un decennio di letteratura.
La sovrapposizione è documentata; la spiegazione è aperta. Ma l'ipotesi che regge meglio è la meno comoda per chi parla di mode: chi è costituzionalmente meno disposto a conformarsi alle aspettative sociali è anche meno disposto a conformarsi a una categoria che non lo descrive. Non è una moda seguita — è, semmai, una moda non seguita.
Resta il fatto che l'accostamento, in sé, non era un argomento. Era un trasferimento di temperatura: si prende la carica polemica di un dibattito rovente e la si scarica su un tema che non l'aveva. Non dimostra nulla sull'autismo o sulla neurodivergenza — li contamina con una controversia altrui, contando sul fatto che il lettore porti da solo l'indignazione già pronta. Ma non si argomenta per accostamento. Si argomenta per prove, e il paragone non è una prova: è il modo di non doverne portare nessuna.
La domanda sorge spontanea (cit.)
Come diceva il mitico dottor Lubrano, qui l'interrogativo nasce spontaneamente: possibile che un articolo così macroscopicamente emotivo e attaccabile non abbia sollevato alcuna critica? Ciò che mi produce vero fastidio non è tanto che l'Avvelenata blateri e sputi sentenze umorali su un argomento che non conosce (siamo in un paese libero), ma che nessuno le presenti il conto di un articolo che assomiglia più al clickbait più becero che non al vero articolo d'opinione. Non posso non pensare che «ignorare» certe opinioni sia un po' seguire quel «lascia perdere» neurotipico. A furia di lasciar perdere si finisce per perdere tutto.
You can't fool me
You can't rule me
You only wanna hang around
'Cause I'm the one you love to hate