Fediverse

Here To Stay

Here To Stay
The hurt inside is fading
This shit's gone way too far
All this time, I've been waiting
Oh, I cannot grieve anymore

Jonathan Davis

Con buona pace di Charlie Kirk, vittima della sua stessa ideologia malata, l'empatia è qualcosa di inevitabile per qualsiasi essere umano. Troppo spesso però lo stereotipo dell'autistico freddo e distaccato, incapace di empatia, è ancora un tema narrativo presente su molti media.

Vi do una notizia "sconvolgente": tutto ciò non potrebbe essere più lontano dalla realtà. Una persona autistica è estremamente empatica, ma non lo dimostra in modo evidente come gli altri. Ma una volta esaurito il picco emotivo, la mente autistica si rimette in moto e sa distanziarsi adeguatamente dalle emozioni per analizzare lucidamente.

This shit's gone way too far, I cannot grieve ANYMORE!


A distanza di poche settimane dalla mia diagnosi ufficiale di autismo, mi sono imbattuto in questa notizia: un ragazzino quindicenne, afroamericano e autistico, viene ucciso da due poliziotti di San Bernardino, California. Una doccia gelata per me, dopo l'iniziale entusiasmo per la mia riguadagnata identità.

Chiamati per aiutare, hanno ucciso: Ryan Gainer


Apple Valley, California, 9 marzo 2024. Ryan Gainer, 15 anni, afroamericano, autistico, ha una crisi durante quello che la famiglia descrive come un episodio di salute mentale: dopo che il padre gli dice che non può giocare ai videogiochi prima di aver finito le faccende, rompe il vetro della porta e colpisce la sorella al braccio. La madre chiama il 911 per chiedere aiuto, come la famiglia aveva già fatto in cinque occasioni precedenti senza che accadesse nulla.

Poi il fatto che il comunicato dello sceriffo non racconta: prima che arrivasse qualcuno, Ryan si era già scusato con la sorella e con la famiglia. Il cugino e la sorella avevano richiamato il 911 per dire che si stava calmando e che l'aiuto non serviva più. La crisi era rientrata prima che la macchina dello Stato arrivasse.

Intorno alle 16:54 arriva un deputy dello sceriffo della contea di San Bernardino. Ryan esce di casa con un attrezzo da giardino lungo circa un metro e mezzo con un'estremità tagliente e corre verso l'agente. Il deputy indietreggia gridando "Get back or you're going to get shot", poi apre il fuoco. Entrambi i deputy presenti sparano, tre colpi in tutto. Ryan viene colpito, soccorso sul posto e portato in ospedale, dove muore.

Quello che succede dopo la sua morte è la seconda parte della storia, e non la racconta nessun comunicato. Secondo la causa depositata dalla famiglia, i familiari furono costretti a rendere dichiarazioni sotto la minaccia di arresto e trattenuti in custodia per ore — senza che a nessuno di loro venisse comunicato che Ryan era morto. Avevano chiamato lo Stato per farsi aiutare a proteggere il figlio. Lo Stato lo ha ucciso e poi ha trattenuto la famiglia — che ancora non sapeva del lutto — come persone da interrogare.

Lo sceriffo Shannon Dicus difende l'operato del deputy e nella conferenza stampa definisce Ryan "sia vittima sia sospetto".

Non voglio fare l'eulogia di questo ennesimo martire della nostra causa. Non voglio, non serve e non mi piace. Ryan era un afroamericano, statisticamente tra le etnie più penalizzate nel riconoscimento dell'autismo. Questa è l'unica cosa che conta qui.

Il 26 settembre 2024, sei mesi dopo la morte di Ryan, esce un contributo peer-reviewed intitolato Fatal Shooting of an Autistic Adolescent: What Should We Do? sul Journal of Autism and Developmental Disorders — la rivista storica di riferimento per la ricerca sull'autismo, quella su cui pubblicava Leo Kanner. Tre ricercatori del Dipartimento di Psichiatria di Stanford prendono il caso e lo mettono sotto la lente della pubblicazione più autorevole del settore. Non esattamente il Corriere dei piccoli, dunque.

Ebbene, le conclusioni dello studio sono chiarissime: secondo una delle riviste di riferimento sull'autismo, il problema (o colpevole) non è il "povero" deputy, giudicato impreparato per operare in quella specifica situazione, ma sarebbe da cercarsi nel contesto sistemico. In parole povere per neurotipici e analfabeti funzionali: l'autismo è un deficit e bisogna far intervenire personale specializzato e formato in casi come questo.

Ancora una volta trattati come individui non in grado di vivere nella società senza la mediazione di personale specializzato. La vergogna è tutta qui: delegare a un professionista il compito di riconoscerci è il modo con cui una società si dispensa dal farlo da sé.


Morto in contenzione, il fatto non costituisce reato: il caso di M.


Casalecchio di Reno, provincia di Bologna, notte del 27 agosto 2012. Struttura "Casa Dolce", gestita dalla Cooperativa Sociale Dolce — una grande cooperativa che gestisce moltissimi servizi nel bolognese e gode di ampio appoggio. M. ha vent'anni. Quella sera vuole continuare a giocare alla PlayStation; le regole interne della struttura non lo consentono. Gli operatori si impongono, lui non cede. Uno scontro di volontà su un videogioco.

Lo immobilizzano. Due operatori lo tengono, un terzo gli si siede sopra, all'altezza del torace. L'autopsia stabilisce la causa della morte: asfissia meccanica, soffocamento. Muore così, schiacciato, per aver voluto continuare a giocare.

I tre operatori vengono indagati per omicidio colposo. Il processo dura quattro anni e si chiude con l'assoluzione di tutti "perché il fatto non costituisce reato". La tesi accolta: la contenzione era legittima, le manovre corrette, tutto conforme alle procedure. La struttura ne esce pulita.

Per i fan italioti del "noi siamo molto meglio degli Stati Uniti" questa sarà una brutta sorpresa. Siamo riusciti a non dare nemmeno un colpevole sistemico, anzi, la sentenza riconosce come legittimo l'intervento degli operatori. Un grande classico delle vicende nostrane. La gente muore in circostanze assolutamente dubbie ma tutto risulta regolare. Chapeau.


Parafulmini cercasi: l'esternalizzazione delle responsabilità


Facciamo un passo indietro e guardiamo cosa dice, ufficialmente, chi di contenzione si occupa per mestiere.

Non un attivista incazzato: gli enti autistici e la letteratura clinica. La posizione è netta. Per l'Autism National Committee americano la contenzione non è né trattamento né educazione: è una procedura che limita la libertà di scelta e danneggia lo sviluppo della persona, e — questa tenetela a mente — il suo uso va considerato un fallimento del trattamento. Non uno strumento della cura: la prova che la cura ha fallito. La sintesi evidence-based australiana dice la stessa cosa in linguaggio da position paper: le pratiche restrittive incidono negativamente su salute e qualità di vita, e possono produrre trauma post-traumatico, lesioni gravi e morte.

E c'è il dato che, per chi mi legge da un po', suona familiare: si stima tra le 50 e le 150 morti l'anno durante o subito dopo una contenzione — ma il fenomeno è mal tracciato e sottostimato, come ha ammesso un portavoce del Dipartimento della Salute federale americano. Di nuovo: muoiono, e non si prendono nemmeno la briga di contarli. L'assenza del numero è il numero.

Poi c'è la legge. In Italia il principio l'ha fissato la Cassazione, nel caso — diverso dal nostro, va detto — del maestro Franco Mastrogiovanni, morto nel 2009 dopo oltre 87 ore legato a un letto in un reparto psichiatrico, con condanne definitive nel 2018 per sequestro di persona. Da quella vicenda la Corte ha sancito che la contenzione non è un atto terapeutico e può provocare lesioni gravi: presidio eccezionale, ammesso solo in stato di necessità. Mai routine. Mai punizione.

Rimettiamo ora accanto i pezzi. La medicina dice: fallimento della cura. La legge dice: eccezione, mai punizione. E il fatto documentato dice: un ragazzo di vent'anni soffocato sotto il peso di un operatore per aver voluto finire una partita alla PlayStation, tre imputati assolti, le manovre giudicate corrette e conformi ai protocolli. Ciò che ogni fonte ufficiale chiama fallimento o condanna, un tribunale italiano l'ha chiamato procedura corretta.

Ed è qui che si vede il meccanismo, ed è sempre lo stesso — di qua e di là dell'oceano. Ogni livello scarica la responsabilità sul livello sotto. La società la delega alla struttura specializzata. La struttura la delega al protocollo. Il protocollo la delega all'operatore. E l'operatore, alla fine, la delega alla "manovra corretta". Cala l'ultimo anello della catena e non trovi una persona: trovi una procedura. E una procedura non risponde, perché non è nessuno.

È il parafulmine perfetto. Quando la responsabilità è distribuita su ogni gradino, non è di nessun gradino. Per Ryan è identico: la società scarica sulla polizia, la polizia sull'addestramento, l'addestramento sull'"escalation". Interponi una procedura tra te e il morto, e a uccidere è stata la procedura. Le procedure, si sa, sono innocenti.

È lo stesso movimento con cui ho aperto: delegare allo specialista formato è il modo civile con cui una società si dispensa dal riconoscerci. Qui fa un passo in più. Diventa il modo civile con cui si dispensa dal rispondere di noi. Prima ci esternalizza per non doverci capire. Poi esternalizza la nostra morte per non doverne rispondere. Lo stesso gesto, due volte: mettere qualcuno — o qualcosa — tra sé e la nostra esistenza, così che non ci riguardi mai davvero nessuno.


Gli elenchi di martiri sono inutili


Nessuno tiene il conto. Questo è il dato — l'unico dato disponibile è che non c'è un dato.
Quante persone autistiche, o comunque neurodivergenti, sono morte perché qualcuno ha deciso che erano "il caso psichiatrico irrecuperabile", "l'ingestibile", "il pericoloso"?

Non lo sappiamo, e non lo sappiamo per scelta. The Arc, una delle principali organizzazioni americane per i diritti delle persone con disabilità, lo dice senza giri di parole: mancano i dati federali perché non li stiamo raccogliendo. Le stime che esistono — tra un terzo e la metà delle persone uccise dalla polizia negli Stati Uniti ha una disabilità — sono state ricavate contando a mano i casi riportati dai giornali, non da un registro pubblico. Sulla contenzione lo stesso: gli enti stimano tra le 50 e le 150 morti l'anno, con l'ammissione ufficiale che il fenomeno è mal tracciato e sottostimato. E questo negli Stati Uniti, dove almeno qualcuno prova a contare. In Italia il buco è totale: non c'è nemmeno la stima.

Non è distrazione statistica. È che per contare una cosa devi prima decidere che quella cosa conta. Una morte diventa un numero solo se qualcuno la ritiene degna di essere numerata. Queste morti non entrano in nessuna casella perché a monte è stato deciso che erano previste: l'esito naturale del trattare con un soggetto difettoso, la conseguenza accettabile di una procedura, il rischio calcolato di gestire l'ingestibile. Non le contano per lo stesso motivo per cui non contano noi vivi: perché il paradigma che assegna valore all'output produttivo, di fronte a chi non produce e non si lascia gestire, non registra una perdita. Registra una manutenzione.

Ed è qui che dobbiamo smettere. Smettere di erigere muri del pianto per queste persone — di trasformarle in martiri da commemorare, in fotografie da tenere in mano alle veglie. La veglia è il modo in cui una società si assolve: piange il morto e non tocca il meccanismo. Noi non vogliamo essere pianti. Vogliamo che qualcuno risponda. Per Ryan, per M., per ognuno la cui morte è stata archiviata come fato, come protocollo, come triste necessità. Chiedere giustizia per loro e per noi che siamo ancora qui — senza tregua e senza paura, perché la paura, quella emotiva e irrazionale, non è mai stata la nostra. È sempre stata la loro, proiettata su di noi.